Alla scoperta di Fate/Grand Order Babylonia #5: Ken Yamamoto

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Ben ritrovati al penultimo appuntamento con questa serie di articoli sulle personalità di spicco dietro Fate/Grand Order – Absolute Demonic Front: Babylonia, realizzata in collaborazione con il buon Giaggiu (YouTubeTwitch). Nel primo articolo abbiamo parlato del regista Toshifumi Akai e di Isao Hayashi, nel secondo di Megumi Kouno, nel terzo di Noriko Takao e Yuta Yamazaki, e infine nel quarto del trio composto da Kai Ikarashi, Yuki Yonemori e mooang. Continuiamo sul filone dei combattimenti anche questa volta: ecco a voi la stella tra le stelle, Ken Yamamoto.


Una cosa che non dobbiamo mai dimenticarci è che, se guardiamo anime, lo facciamo anche e soprattutto per divertirci. Al di là di tutti i tecnicismi, un cartone animato resta pur sempre una forma d’intrattenimento, e deve quindi saper intrattenere lo spettatore. Anzi, non solo lo spettatore, ma anche chi si dedica a crearlo, perché quando un prodotto d’animazione viene creato con il cuore e con la passione, nonostante i ben noti ritmi lavorativi sfiancanti che caratterizzano l’industria, noi spettatori possiamo vederlo. E in tutto Fate Babylonia non c’è episodio migliore se non l’undicesimo, quello di cui vi parleremo oggi, ad incarnare questo concetto del divertirsi con l’animazione in tutte le sue forme. Questo grazie al lavoro di un singolo animatore veramente eccezionale.

Ci riferiamo, ovviamente, ad uno dei più promettenti giovani animatori dell’intera industria. Nella sua carriera ha assunto molteplici identità, tra le quali quella di leaf o quella di Yoh Yamamoto, ma adesso, dopo un paio d’anni che è entrato in questo settore, il suo nome è già impossibile da dimenticare: Signore e Signori, Ken Yamamoto. Un giovane artista così importante da riuscire a spiccare persino all’interno di una produzione piena zeppa di gente bravissima come quella di Fate Babylonia. E non soltanto figurativamente, ma proprio nel senso che nell’undicesimo episodio, il punto focale del video di oggi, l’animatore ha praticamente ricevuto una menzione d’onore a parte nei crediti. Menzione più che meritata, ovviamente, se consideriamo il fatto che ha svolto una quantità inumana di lavoro, circa 100 cut, riuscendo comunque ad accostare alla quantità una qualità da vero fuoriclasse.

Ma del suo spettacolare apporto all’episodio undici parliamo più tardi. Prima urge infatti una breve presentazione di questo giovane che ci ha stregato. Il nostro mentore Kvin del Sakugablog ha definito Ken Yamamoto come un all-rounder; un animatore in grado di incantare lo spettatore sia con la sua background ed effects animation, ma soprattutto con la sua character e action animation, nelle quali, giocando con la quantità di disegni chiave per accentuare l’enfasi dei movimenti, l’animatore riesce a caricare i suoi soggetti da un lato di vitalità, dall’altro di emotività.

Scene iconiche come il tuffo di Akane in SSSS.Gridman, il suo inestimabile contributo nella seconda stagione di Mob Psycho 100, la sua splendida scena nella terza stagione di Yama no Susume o l’incredibile trasposizione della paura in animazione nel primo episodio di The Promised Neverland sono fra le prime cose che vengono alla mente pronunciando il suo nome, mentre allo pseudonimo di Yoh vanno ricondotte le oniriche scene di Flip Flappers. Ma per un’analisi più approfondita della sua carriera vi rimando all’articolo del buon FAR.

Anche perché, visto che il tema qui è quello di Fate, meglio soffermarci un attimo sul suo breve ma intenso apporto all’episodio 22 di Fate/Apocrypha, quello che è stato uno degli eventi sakuga più importanti degli ultimi anni (nonché l’unica cosa veramente bella della serie, eccezion fatta ovviamente per le mie amate Semiramide ed Atalanta). Proprio a proposito dell’arciere degli Argonauti, nella sua scena Ken Yamamoto riesce a catturare appieno la ferocia scatenata della sua forma alterata, attraverso i suoi lineamenti che si fanno spigolosi e sgraziati, alla sua espressione rabbiosa, con la bocca contorta a digrignare i denti e il bagliore rosso degli occhi.

Nello scagliare la freccia contro il nemico, il corpo di Atalante si contorce, si inarca all’indietro schiacciato dalla potenza che il Servant ha scaricato con il suo attacco, evidente nella sua grande onda d’urto. Una scena che, seppur nella sua brevità, trasmette allo spettatore tutta l’ira della cacciatrice, senza dimenticare la pietà che prova nei suoi confronti il suo avversario Achille, evidente nel suo sguardo. Un piccolissimo contributo che comunque ci dà un assaggio di cosa il nostro Yamamoto sa fare quando deve raffigurare la forza bruta.

Tornando a Fate Babylonia, Yamamoto ha lavorato anche al quinto e all’ottavo episodio, uscendosene con delle animazioni molto suggestive, soprattutto nella sua rappresentazione del dualismo fra Enkidu e Gilgamesh di cui vi abbiamo parlato nel terzo episodio di questa rubrica. Ed è curioso come sia proprio un altro scontro fra i due, animato sempre da lui, ad aprire l’episodio 11. Due scontri con gli stessi soggetti, eppure così diversi fra loro.

Se infatti quello nell’episodio 5 è una rappresentazione delle emozioni dei personaggi attraverso le loro azioni e, soprattutto, le loro espressioni, che mettono a nudo il proprio animo attraverso i loro colpi, nell’episodio 11 i Gilgamesh ed Enkidu del flashback non lottano per esternare le proprie emozioni, ma lo fanno palesemente per mettersi alla prova, come se lo facessero, semplicemente, per divertirsi.

È però durante lo scontro con la splendida nee-san Quetzalcoatl che Yamamoto ha avuto modo di finire per davvero sotto i riflettori. Il modo in cui disegna la divinità dell’antica Mesoamerica, infatti, coglie perfettamente il suo spirito animalesco e primitivo. Il nostro leaf non ha interesse nel far spiccare tutte quelle forme del corpo femminile a cui si potrebbe facilmente puntare in questo tipo di anime né men che meno si preoccupa di trasmettere attraverso il mero movimento l’eleganza che caratterizza invece un personaggio come Ishtar.

Piuttosto, Yamamoto accentua la natura selvaggia della divinità azteca ritraendola in posizioni rozze, disegnandola attraverso forme sgraziate e arricchendo il suo repertorio con delle sbalorditive mosse da Wrestling.
Da notare inoltre come la scelta di adottare un minor numero di disegni, che spesso e volentieri è possibile notare nelle animazioni di Yamamoto, contribuisca a trasmettere la forza bruta con cui la divinità attacca i nostri protagonisti.

E sapete qual è la cosa più affascinante di tutto questo? È che nonostante tutto l’animatore riesce a far capire che dietro i movimenti della Dea non c’è alcuna intenzione omicida. Mentre le mena di santa ragione, Quetzaltcoatl si sta palesemente divertendo. Vuole soltanto mettere alla prova Ritsuka e il suo gruppo, e nel farlo ne approfitta per divertirsi un po’. La forza soverchiante di Quetzaltcoatl è lampante nel suo divincolarsi giocoso, nelle sue pose ferine, e nelle sue espressioni allegre e disinvolte: mentre i suoi avversari sono pieni di lividi e graffi, ansimanti e stanchi, Kuku non batte ciglio e ha sempre un enorme sorriso stampato sulle labbra.

L’intero scontro con Quetzaltcoatl sembra andare in un certo senso in contrapposizione a quei canoni ideologici di cui vi avevamo parlato con Akai e Hayashi. Nella lotta tutti-contro-Kuku infatti l’ambientazione, che finora abbiamo sempre visto essere estremamente integrata alla narrazione visuale, viene qua un po’ messa da parte, per spostare il punto focale dell’attenzione sulla figura della divinità. E infatti, potete notare come la cinepresa virtuale sia perennemente incollata alla dea, come cerchi di seguirne ogni movimento e di porre al centro dell’inquadratura i corpi dei combattenti.

Se da un lato questa scelta ci trasporta prepotentemente nel pieno centro dell’azione, dall’altro riesce anche a mettere in mostra le doti dell’animatore: avvicinando così tanto la videocamera ai soggetti, diventa necessario lavorare sul volume dei corpi e delle loro pose per dar loro tridimensionalità, affinché questi non risultino contorti o sfigurati, un lavoro per nulla facile, segno di vera maestria.

Questo non vuol dire, comunque, che l’interazione dei personaggi con l’ambiente e in generale con ciò che li circonda sia del tutto assente. La nostra nee-san, come abbiamo detto finora, incarna la bestialità, e con i suoi movimenti ferini si arrampica ovunque, usa le armi degli avversari contro di loro, ed è proprio la sua conoscenza della natura, che in qualche modo rappresenta, a darle un vantaggio enorme in battaglia, oltre che a mostrare con quale assurda facilità distrugga da sola l’intera squadra nemica.

In tutto Babylonia è difficile trovare qualcuno che sia riuscito a catturare l’essenza della vera natura di Quetzaltcoatl alla perfezione tanto quanto Ken Yamamoto. In ognuno delle sue miriadi di cut in questo episodio, Kuku sprizza energia e vitalità da ogni poro, e vederla “giocare alla lotta” è una vera festa visuale, una goduria per gli occhi. Fra coreografie impressionanti e animazioni sbalorditive, Yamamoto è riuscito a lasciare un segno indelebile su questa produzione, e a regalare a noi spettatori la Quetzaltcoatl più bella, selvaggia e divertente che ci sia.

Con questa rappresentazione ferina della possente Quetzalcoatl si conclude la quinta puntata di questa serie di articoli sulle pazzesche figure che hanno reso Fate Babylonia un anime grandioso. Mi raccomando, non perdetevi la sesta puntata, perché parleremo dell’apporto a Grand Order di uno di quei grandi animatori che hanno conquistato il cuore dei fan di Fate nello spettacolare episodio 22 di Apocrypha, ovvero Nakaya Onsen!

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