Lo splendido Dororo di Osamu Kobayashi

Chi a differenza mia si ricorda ancora dell’esistenza di questo blog probabilmente saprà che non è la prima volta che il remake di Dororo compare su questo sito. Già qualche tempo fa vi portai una traduzione di un articolo di Kevin Cirugeda pubblicato sul suo Sakuga Blog, ma adesso è il mio turno di impugnare la penna virtuale e dire qualcosa. Non che fino a ieri sentissi l’urgenza di parlare nello specifico di questo cartone, ma l’improvvisa notizia della scomparsa di Osamu Kobayashi mi ha spinto a recuperare il quindicesimo episodio della serie, diretto proprio da lui.

Occhio agli spoiler!

Iniziamo con un breve ripasso. Osamu Kobayashi nasce a Tokyo il 10 gennaio del 1964. Una volta terminati i suoi studi si lancia nel mondo dell’animazione come key-animator, ma è principalmente noto per i suoi lavori da regista. Debutterà in questo ruolo nel 2002 dirigendo un corto per lo studio 4°C, Table & Fisherman. Successivamente realizza un secondo corto, sempre per 4°C, e poi fa diverse apparizioni minori in altri progetti. A questo punto arriva la svolta della sua carriera, Kobayashi approda in casa Madhouse e dirige le sue due opere più note tutt’oggi, ovvero BECK: Mongolian Chop Squad e Paradise Kiss. Dopo quest’esperienza Kobayashi ha bazzicato in diversi studi, partecipando temporaneamente alla produzione di molteplici titoli, tra cui Naruto: Shippuden, Gurren Lagann e Lupin III Parte IV, ricoprendo spesso ruoli come quello di episode director, storyboard artist e animation director. In questo ultimo periodo era a lavoro su di un progetto non ancora annunciato.

Una foto di Osamu Kobayashi.

Il sipario del quindicesimo episodio di Dororo si apre stimolandoci l’udito. Due sono i suoni che possiamo distinguere sin da subito: il primo lo avremmo sentito comunque, quello di un flauto (笛, fue) tradizionale giapponese, volto ad evocare sensorialmente l’epoca passata in cui si ambienta la serie. Il secondo invece lo sentiamo perché c’è Kobayashi, ed è quello dell’ambiente circostante, in questo caso la natura. Manca molto poco affinché ce lo dimostri di nuovo con altri mezzi, ma sin dai primissimi secondi dell’episodio possiamo già intuire l’intenzione del regista di creare immersività, come se volesse trascinarci in quel Giappone dell’era sengoku.

Per Kobayashi sono sufficienti soltanto un paio di cut per creare immediatamente un quadro spaventosamente chiaro delle circostanze in cui si trovano Dororo e Hyakkimaru. Da un lato abbiamo una contestualizzazione più superficiale, che avviene attraverso dei dialoghi appositamente studiati per farcire lo spettatore di informazioni in maniera naturale. Dall’altro ne abbiamo un’altra più subdola, che si manifesta attraverso dei dettagli che possiamo cogliere soltanto perché guidati dalle lenti della regia.

Mentre i caratteristici suoni ambientali con cui Kobayashi ci ha introdotto all’episodio continuano a rimanere in sottofondo, Dororo e il Lord del villaggio iniziano una conversazione che viene ripresa a suon di primi e primissimi piani. Se catturando il volto della prima questi ci permettono di cogliere tutta la sua umanità fatta di smorfie, pause e sorrisi, nel ritrarre gli occhi inespressivi e perennemente spalancati del secondo invece ci mettono davanti ad un uomo che ha probabilmente smesso di esser tale. La narrazione lo confermerà esplicitamente più tardi, ma lo scrupoloso focus di Kobayashi ce lo ha già ampiamente anticipato.

Nel frattempo, Hyakkimaru mangia con un atteggiamento simbolo del disinteresse di chi vuol soltanto portare a termine il suo compito e andarsene via. La scelta di far doppiare il rumore della masticazione del personaggio, che notiamo essere essenzialmente una distrazione dal discorso principale — oltre che un ulteriore suono in sottofondo — è tutt’altro che casuale. Per un brevissimo frangente quei rumori diventano il centro delle attenzioni della regia, creando una sensazione di estraneità ed isolamento — ergendo un muro che separa chi si vuol far coinvolgere dalla compagnia da chi invece preferisce rimanere per le sue. E tu spettatore adesso ci sei dentro, per un momento ti sei distratto anche tu.

Avvicinando la telecamera fittizia ai personaggi Kobayashi punta l’attenzione sul loro linguaggio del corpo e sulle emozioni che questo tradisce, mentre allontanandola crea un’atmosfera quasi contemplativa che si regge in piedi avvalendosi del supporto dei suoni ambientali. La parola chiave però rimane sempre la stessa: immersività. Che sia facendoci osservare il loro animo da vicino o piazzandoci alle loro spalle, Kobayashi succede nel creare un gancio che non si accontenta soltanto di mantenere salda l’attenzione dello spettatore, ma che osa provare a trasportarlo nel mondo della narrazione.

In questa scena notiamo anche delle animazioni composte da un basso numero di in-between, familiari a chi ha visto altre opere del regista.

Eppure l’immersività senza un credibile strato di vita alla base è soltanto empatia. Proprio come la natura che percepiamo ininterrottamente in sottofondo, il villaggio che Dororo visita poco dopo va avanti per conto suo. I bambini che giocano, gli anziani che conversano amichevolmente tra di loro e gli adulti che lavorano: tutti parte di un ecosistema che avanza incurante dei nostri due protagonisti. Certo, noi siamo obbligati a seguirli nel loro percorso, ma per Kobayashi ciò non significa che gli altri siano meno importanti.

Poco prima, nell’osservare le smorfie di Dororo durante la conversazione con il Lord, non ne avevamo ancora la conferma, ma adesso è certo: l’attenzione riposta nei movimenti della bocca dei personaggi o la fine esagerazione con cui le loro movenze facciali materializzano i loro pensieri sono un qualcosa di ricercato volutamente attraverso mirate correzioni e aggiunte, il cui obiettivo è quello di accentuare il linguaggio del volto dei personaggi o semplificare gli elementi che compongono il loro viso.

Che parte dei disegni realizzati in quest’episodio siano stati di vostro gradimento o meno, va riconosciuta la loro marcata componente espressiva, che gioca sull’alternanza tra ciò che è generico perché ignoto e lontano da noi e ciò che invece è umano e percettibile perché vicino.

Elementi come le fossette sul volto, la dentatura descritta con un maggiore numero di linee, i nasi composti soltanto da due puntini e il taglio degli occhi inclinato o quasi obliquo sono tutti elementi caratteristici di Kobayashi.

Nella scena successiva siamo immersi nella natura. Il rumore dell’ambiente circostante si alza e sostituisce rapidamente ogni altro suono. Le inquadrature si fanno più distanti e l’atmosfera meditativa diventa più intensa. In alcuni momenti sembra quasi di non trovarsi davanti ad una scena in cui delle persone attraversano un bosco per salire su di un colle, quanto piuttosto ad una in cui la natura viene momentaneamente invasa da degli esseri umani.

Si prosegue attraverso delle transizioni in cui cambia la location, e puntualmente i nostri personaggi vengono ripresi da un punto fisso. È come se ci stessimo spostando con il sistema di movimento dei videogiochi per DS del Professor Layton, o esplorando una città con Google Street View.

Una volta raggiunto il luogo prefissato ecco che inizia la fatidica conversazione tra il Lord e Hyakkimaru. Il primo confessa la sua vera natura, e nel farlo mette a nudo tutti i suoi sentimenti d’amore nei confronti del villaggio in cui è nato e cresciuto. Ecco quindi che tutto il lavoro svolto finora da Kobayashi acquista un nuovo senso. L’immersività che ha creato non è più un semplice marchio di fabbrica da dover mostrare, bensì uno strumento attraverso il quale collegare lo spettatore con l’unico mondo che il Lord ha mai conosciuto. La storia ci sta preparando ad una tragedia, e fino ad ora la regia non ha fatto altro che tentare di renderla più dolorosa.

E successivamente, quando questa infine giunge, lo fa con tutta la sua brutalità, ma anche con quel fascino sintomo del talento di chi è nato per emozionare gli altri con la sua arte.

Se avete apprezzato l’articolo fatemelo sapere nei commenti qui sotto, e non dimenticatevi di seguirmi su Twitter e su DrCommodore.

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