Dororo – Il viaggio di uno spadaccino nel corso della storia

Questo post è una traduzione da me realizzata dell’articolo di Kevin Cirugeda sul Sakuga Blog: DORORO – A SWORDMAN’S JOURNEY THROUGH HISTORY.


Ad oggi Dororo è uno degli show più apprezzati del 2019, eppure l’opera in sé è uscita ben più di 50 anni fa. Ma qual è la storia che si cela dietro le svariate riproposizioni del titolo, in che modo il contesto storico nel quale sono nate ne ha influenzato la creazione, e cos’è che lo rende così interessante? Scopriamolo insieme.
Ah, e non preoccupatevi. Questo articolo è privo di spoiler!

La storia che andremo a trattare quest’oggi inizia nel 1967 con la pubblicazione del primo Dororo di Osamu Tezuka. Nonostante il manga non sia riuscito a divenire una delle sue opere più rappresentative, in esso è comunque possibile trovare numerosi elementi che i fan del maestro, sia quelli di vecchia data che quelli odierni, troveranno parecchio familiari. La storia inizia mostrandoci le gesta di Daigo Kagemitsu, uno spietato feudatario che si imbatte in 48 demoni sigillati ai quali offre le parti del corpo del suo futuro figlio in cambio del potere necessario per governare tutte le terre. Dopo la sua nascita si decide ad abbandonarlo al suo triste destino, ma il neonato viene salvato e cresciuto da un dottore dal buon cuore. Una volta notati gli innati poteri spirituali che il ragazzino utilizza per sopperire al suo handicap, il dottore costruisce dozzine e dozzine di protesi che, insieme, formeranno quello che oggi conosciamo come il suo robustissimo corpo artificiale – non vi ricorda qualcosa?

Una volta ricevuto il nome di Hyakkimaru e compreso che annientando i demoni in questione egli potrà recuperare il suo corpo pezzo per pezzo, il ragazzo inizia il suo viaggio alla ricerca di se stesso. Ma non lo farà certo da solo: ad accompagnarlo, infatti, incontreremo lo sfacciato e giovane personaggio* da cui prende il nome l’opera, Dororo. Insieme, i due personaggi inizieranno a percorrere un cammino affatto innovativo per il genere, che però continuava ad esser proposto semplicemente perché il pubblico sembrava non averne ancora abbastanza. Nonostante all’inizio si incontrino per caso e facciano fatica ad andare d’accordo, i due personaggi iniziano ad avvicinarsi gradualmente durante il loro viaggio insieme; un viaggio che li porterà ad esplorare un Giappone dell’era Sengoku completamente devastato dal conflitto – nel quale regna la morte, la fame e la sfiducia. Per l’ennesima volta Tezuka riflette tutto il suo astio nei confronti della guerra in una sua opera.

Seppur la narrazione non sia così affascinante, le tematiche che esplora sono davvero degne di nota. I messaggi a cui Tezuka ci ha abituato vengono accompagnati da altre idee interessanti, tali come l’asserzione del fatto che tutti nasciamo incompleti come Hyakkimaru, e che soltanto attraverso l’interazione con gli altri possiamo davvero diventare completi. La discriminazione verso coloro che appaiono differenti rispetto a noi (sul piano narrativo si identifica nelle persone invalide ma puo’ comunque applicarsi ad altri contesti) è un’altra importante tematica che la serie si preoccupa di sviscerare – non soltanto denuncia l’esistenza di questi problemi, ma anche la mentalità che ne favorisce la crescita.

E, ovviamente, affermare che lo stile con cui il maestro ci illustra queste tematiche sia invecchiato bene sarebbe alquanto riduttivo. La composizione visiva e delle vignette è tutt’oggi rivoluzionaria, ed acquista ancora più importanza se pensiamo a quanti anni fa sia stata implementata. Al contempo, comunque, è davvero difficile negare che l’opera sia finita nel bel mezzo di una crisi d’identità con il passare del tempo; i toni non sono ben bilanciati perché inizialmente giudicata troppo macabra e negativa per esser presentata ad un pubblico di ragazzini, molti eventi furono modificati da Tezuka stesso in varie occasioni, alcuni filoni narrativi vennero scartati, e alla fine la storia semplicemente si ferma…due volte, dato che neanche la seconda serializzazione che arrivò dopo l’anime riuscì in qualche modo a porre la parole “fine” alla storia. Però, in fin dei conti – e in particolar modo tenendo in conto la breve durata dell’opera – vi incoraggio a darle un’opportunità, avvisandovi sin da adesso che stiamo comunque parlando di un’opera imperfetta.

Ma proprio come questi dettagli non sono sufficienti ad impedirmi di consigliarla, non furono sufficienti ad arrestare l’arrivo di un adattamento animato. Penserete quindi che è arrivato il momento di fare un salto fino all’Aprile del 1969, data in cui venne trasmesso in TV, ma prima mi piacerebbe parlare un attimo della pellicola che venne pubblicata un anno prima. Sto parlando del film pilota della serie, datato 1968, che non solo è ancora reperibile, ma che presenta inoltre alcune interessanti differenze con la serie animata, evidenziando il differente approccio con cui lo staff si mise a lavoro sull’opera e sottolineando quegli elementi che lo staff fu costretto ad implementare.

Inizierei col dire che il timing del progetto fu abbastanza problematico a causa dell’imminente addio di Tezuka allo studio Mushi Production, avvenuto per la volontà del maestro di poter gestire al meglio le sue proprietà intellettuali inaugurando un suo proprio studio: Tezuka Production. Ciononostante, alla realizzazione del teaser introduttivo dell’anime venne comunque assegnato un team dello studio MushiPro. Il chief director fu Gisaburo Sugii, una figura che aveva già acquisito esperienza come regista dopo esser stato a carico della realizzazione di Le grandi avventure di Goku nel 1967, e che comunque conosceva già parecchio bene le peculiarità* del maestro avendoci lavorato insieme sul progetto Astro Boy. Il resto del team includeva Hideaki Kitano nel ruolo di animator director, Isao Tomita nel ruolo di compositore, Hachiro Tsukima nel ruolo di art director e Yoshitake Suzuki assegnato al design. Tutti questi nomi avrebbero ripreso poi in futuro gli stessi ruoli nella realizzazione dell’adattamento animato, eppure, al contrario di ciò che si potrebbe pensare, le due opere sono tutt’altro che simili.

Dando un’occhiata al film pilota il risultato finale non è nulla di così sorprendente. Il breve film contiene snapshot di alcuni eventi avvenuti precedentemente per dare agli spettatori un assaggio del tono dell’opera. Il problema più evidente è che imitare il linguaggio visivo di Tezuka è quasi impossibile e, seppure ci abbiano almeno provato, il risultato finale semplicemente è privo di quell’energia caratteristica del maestro nonostante l’ottimo lavoro svolto dallo staff nel trasporre in modo fedele l’essenza della serie.

Il tutto però diventa ancora più interessante una volta iniziate le comparazioni non solo con il materiale originale ma anche con la serie TV che lo susseguì. La prima importante differenza è identificabile sin dalla prima scena: il film pilota era a colori, mentre la serie televisiva venne lasciata in bianco e nero. E nonostante all’epoca gli anime in bianco e nero non fossero ancora spariti del tutto dalla circolazione (Umeboshi Denka iniziò quella stessa settimana giusto per menzionarne uno) va comunque detto che ormai rappresentavano un fenomeno abbastanza raro, che diventa ancora più strano se consideriamo il fatto che solo un anno prima lo stesso studio realizzò ne realizzò un adattamento a colori.

Sul sito web del maestro Tezuka è possibile trovare una spiegazione che identifica come problema il budget, e seppure questa spiegazione abbia senso, mi sembra abbastanza evidente che non sia sufficiente a fare il quadro completo della situazione. Secondo alcune testimonianze gli sponsor che apparsero nel film pilota manifestarono la loro inconformità con i ricorrenti schizzi di sangue della pellicola, sottolineando come questi fossero sgradevoli da vedere in prima serata, al ché Sugii rispose “perfetto, quindi se facessimo tutto in bianco e nero non ci sarebbero problemi, giusto?”. E nonostante quella risposta possa sembrare ironica, basta semplicemente guardare fino alla lotta tra Hyakkimaru e i banditi del primo episodio per accorgersi di come invece sia stata presa parecchio sul serio: esattamente la stessa scena del film pilota (al punto di riutilizzare gli assets) se non per un evidente redesign di Hyakkimaru, un carinissimo cagnolino ai suoi piedi per rendere il tutto family friendly… e per un massacro più cruento rispetto alla pellicola, dovuto all’introduzione di un sanguinamento abbondante che sostituisce i suggestivi schizzi di colore della pellicola.

E questa scena, di fatto, riassume perfettamente l’approccio dell’intera serie. Sugii e il suo team hanno cercato di accontentare le richieste dei produttori di creare un prodotto più adatto al mercato, ma fino a un certo punto. Nonostante alcune delle scene più cruente del manga non siano state replicate, l’anime presenta comunque una serie di battaglie sanguinose una dopo l’altra, e nessun cagnolino potrà mai addolcirle. Veder sparire l’ottimo lavoro di colorazione realizzato nel film pilota è davvero triste, ma per lo meno la serie TV riesce a sfruttarne l’assenza facendo un uso parecchio intelligente della palette monocromatica. Il risultato finale è una serie difficile da digerire, un’opera che sembra esser stata privata di un importante parte di sé da un demone, proprio come accaduto a Hyakkimaru.

Definire, quindi, la serie come un miscuglio [di elementi agglomerati senza un particolare criterio] sembra abbastanza giusto, però al suo interno possiamo comunque trovare spunti interessanti come il ben riuscito dinamismo dei personaggi e l’incantevole aura nefasta, accentuata ancora di più dall’eccellente design di Tezuka. Se vi imbatteste nelle sue creature originali o nei mostri le cui leggende sono state narrate per centinaia di anni molto probabilmente neanche riuscireste a notare le differenze tra i due. E ciò è dovuto proprio alla sua ineguagliabile abilità nell’ideare delle creature che diano l’impressione di provenire per davvero dalla mitologia giapponese.

Mi azzarderei persino a definire Dororo (1969) come un’opera di una certa rilevanza sul piano storico, in quanto fu di fatto il primo anime televisivo ad occupare quel blocco che in futuro sarebbe diventato il leggendario World Masterpiece Theater; nonostante sia stato Moomin successivamente ad attribuire al WMT l’identità di basare i suoi racconti su materiale proveniente dall’estero, Dororo può comunque vantarsi d’aver dato il via alla sua storia sotto il nome di Caplis Manga Theater.

Ciononostante, è davvero difficile ignorarne i difetti, almeno giudicandolo come l’adattamento quale è. Già con l’arrivo del film pilota Sugii aveva dimostrato l’incapacità del suo team di replicare il memorabile linguaggio visivo di Tezuka, ma anche la narrazione vera e proprio risulta alquanto confusionaria. Alcuni cambiamenti effettuati al comportamento di certi personaggi hanno degli effetti discutibili – come ad esempio nella resa dei conti tra Hyakkimaru e Tahomaru, in cui l’atmosfera pregna di solennità e tragedia viene sostituita con una colma di cattiveria – e, tra i tanti, il problema più grave è che la già menzionata crisi d’identità che affigge il materiale originale viene amplificata ancora di più.

Il miglior esempio di quanto detto lo troviamo nel cambio di rotta che la serie prende con l’episodio 14: Il cambio di regista da Sugii e Kitano non tarda a mostrare i suoi effetti sulla serie, e l’anime cambia persino nome in “Dororo e Hyakkimaru”, un nome che di fatto riassume perfettamente le [sue] nuove priorità. Interi archi su Dororo vengono scartati per far spazio all’introduzione di episodi originali incentrati completamente sullo sterminio di demoni, includendo una conclusione definitiva della storia del coprotagonista che non riesce neanche a dare lo stesso impatto dello scialbo “finale” del manga. Insomma, Dororo (1969) non è un’opera terribile ed è tutto sommato un progetto interessante, però non credo che sia invecchiato così bene come l’opera originale.

Considerando tutti i problemi che l’opera dovette affrontare, la sua modesta popolarità e qualche circostanza sfavorevole (tra cui il pregiudizio contro i lavori di B&W e l’uso della terminologia sugli invalidi che fu accolta come parecchio insensibile, finendo per spazzare via le speranze su un’eventuale seconda messa in onda), il suo pluri decennale periodo di inattività appare assolutamente giustificato. Venne poi realizzato un videogioco per PS2 nel 2004, un film live-action nel 2007, e qualche spinoff comico giusto per ricordare al pubblico che Dororo è ancora vivo, però nessuno si sarebbe mai aspettato l’incredibile successo del recente adattamento Dororo (2019). Giusto?

Osservando più da vicino l’evoluzione dell’industria d’animazione giapponese degli ultimi anni, è possibile notare come la sovrapproduzione sia di fatto diventata un grande problema. In questo articolo, però, non ci concentreremo nel mostrare il modo in cui questa situazione ha influenzato negativamente il settore sia sul piano produttivo che per noi spettatori, bensì parleremo di una delle conseguenze rilevanti ai fini del discorso: la costante diminuzione di opere originali da adattare.

Attenzione ai fraintendimenti però: sarà sempre possibile trovare un numero esorbitante di manga (e novel) non ancora adattati semplicemente perché la loro pubblicazione è un processo ostacolato da molte meno barriere economiche rispetto a quelle che è possibile incontrare per avviare una produzione animata, e a ciò dobbiamo anche aggiungere l’enorme prudenza che caratterizza gli investitori. Una volta ridotta la lista dei candidati soltanto ai titoli promettenti, inizieremo a notare come i prodotti capaci di infrangere quelle barriere non hanno fatto altro che ridursi sempre di più a causa dell’enorme volume di produzione. E se poi a tutto questo aggiungiamo la tendenza delle aziende di approfittarsi del sentimento di nostalgia dei fan, la soluzione si fa sempre più ovvia: l’industria d’animazione giapponese sta volgendo lo sguardo ai vecchi classici per placare la propria sete di nuovi adattamenti. Uno degli obbiettivi principali di questo articolo è quello di esplicare il modo in cui ogni riproposizione dell’opera sia stata influenzata dal contesto in cui è nata, e per Dororo (2019) questo sembra essere proprio il caso in quanto l’opera deve la sua stessa esistenza allo stato attuale dell’industria.

Proprio per rispettare quella che ormai sembra esser diventata una vera e propria tradizione, anche la serie del 2019 è stata preceduta da un cortometraggio “pilota” dallo stile davvero diverso rispetto a quello della serie. A realizzarlo è stato Takuji Miyamoto, che ha cercato di trasmettere la rabbia che caratterizza l’opera in modo davvero memorabile.

È importante tenere a mente che progetti del genere sono soltanto l’eccezione che conferma la dura regola che vige in questa problematica industria, ma non per questo dovremmo trattenerci dal definire questa nuova serie di Dororo un ottimo anime. E raggiungere questo risultato, perché per me fino ad ora l’ha raggiunto, non era affatto scontato. Tenendo in conto l’enorme quantità di tempo che è passato dalla stesura originale della storia, modificarla per renderla adatta ai giovani d’oggi sembrava quasi d’obbligo. Una vera e propria rivisitazione dell’opera (come avvenuto con Devilman Crybaby e un po’ meno con Banana Fish) sarebbe stata impossibile per un prodotto così legato al contesto storico in cui è nato, e per questo lo staff ha fatto del suo meglio per modernizzare il racconto. Si, so perfettamente quanto preoccupanti possano essere queste parole.

Ma cosa implica esattamente questa “modernizzazione”? Il ritmo e la densità dello storytelling nell’animazione è aumentato col passare degli anni, e gli spettatori moderni tendono a preferire delle storie che si concentrino nell’esplorare più a fondo i personaggi e che forniscano una visione del mondo più aperta. Per carità… richieste del tutto comprensibili, ma la semplicità e l’eleganza della storia di Dororo sono alcune delle sue caratteristiche più significative, ed aumentare la presenza di monologhi e/o descrizioni dei personaggi sicuramente non sarebbe stata la migliore delle scelte per aumentare il suo fascino e la sua profondità. Fortunatamente, lo staff sembra essersi reso conto di questo problema, ed ecco spiegato il motivo per cui tutte le modifiche apportate all’opera sono assolutamente intenzionali e ben mirate; donare al dottore una storia così scioccante non è soltanto un tentativo di dare più consistenza al personaggio, ma anche un ulteriore rimando al fatto che è impossibile fuggire dalla guerra e dal terribile effetto che ha sulla società.

Allo stesso modo, l’avventura di Hyakkimaru alla ricerca di se stesso lo obbliga ad interagire con tutta la negatività che lo circonda. Riprendersi la propria pelle e il senso del dolore lo rende vulnerabile ai tagli e alla sofferenza, e la prima cosa che sente dopo aver riacquistato l’udito sono delle urla di disperazione. Persino alcuni cambiamenti di minore rilevanza, come privare Hyakkimaru dell’abilità di comunicare sin dall’inizio, hanno un obbiettivo ben specifico – spingere Dororo a svolgere un ruolo più incisivo nella loro relazione, che dovrebbe essere ben accetto considerando gli sviluppi successivi della storia. Fino ad ora, Dororo (2019) si è dimostrato essere una modernizzazione parecchio intelligente costruita su solide fondamenta.

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Nonostante Dororo (2019) non si ispiri affatto allo stile originale dell’opera, l’opening di Takeshi Koike è piena di citazioni e riferimenti allo stile del maestro.

Per quanto riguarda la sua produzione, Dororo (2019) si rivela inoltre un interessante punto d’incontro tra il vecchio e il nuovo. Seppure sia quello di MAPPA il nome dello studio al quale viene attribuito il merito dell’adattamento, la verità è che quest’anime è stato prodotto in collaborazione con Tezuka Production; MAPPA ha prodotto gli episodi uno, due, cinque e sei fino ad ora, mentre il secondo si è incaricato del terzo, quarto e settimo, quindi sembra abbastanza plausibile aspettarsi un lavoro diviso quasi equamente tra i due in futuro, magari con MAPPA un po’ più presente data la sua grandezza. E a dirigere il tutto troviamo il series director Kazuhiro Furuhashi. Oggigiorno in molti lo ricordano per il suo lavoro in Mobile Suit Gundam Unicorn, però i contributi per cui dovrebbe essere riconosciuto sono in realtà Rurouni Kenshin e Hunter x Hunter (1999), entrambi realizzati durante gli anni 90′. Devo ammettere che vederlo lavorare al fianco di figure iconiche dei titoli action anni 80′ e 90′ come Shinsaku Kozuma attribuisce all’anime la capacità di rievocare un’era ormai conclusa da tempo. Lo staff non sta cercando di far assorbire all’opera quell’aura old school, però il suo stile “nostalgico” è davvero facile da percepire.

Se dovessi risaltare un aspetto che unisce perfettamente gli elementi anacronistici della serie con le tecniche e la mentalità moderne, questo sarebbe sicuramente la direzione artistica della serie. A prima vista, i colori spenti possono sembrare meno affascinanti rispetto agli altri lavori dello Studio Pablo. E infatti non lo sono, ed è così che dev’essere. I disegni, in buona parte realizzati tradizionalmente, che fungono da sfondo in Dororo appaiono spesso privi di vita – non nel senso che sono statici, ma nel senso che sembrano essere stati privati della loro gioiosità a causa dell’interminabile conflitto. Non per niente, i colori più impressionanti arrivano proprio nei momenti più terrificanti, come se fossero macchiati dello stesso sangue che abbandona il corpo di tutte le vittime della guerra. In questo mondo esiste ancora la bellezza, ma non può far altro che lasciarsi corrompere dalla tragicità degli eventi.

Ed eccoci qui a domandarci se Dororo (2019) riuscirà a mandare un messaggio all’altezza della commovente condanna al conflitto che ha avanzato in passato, o se ci imbatteremo in un viaggio deludente. In entrambi i casi, l’evoluzione dell’opera nel corso degli anni è già di suo parecchio interessante, e spero abbiate apprezzato questo viaggio al fianco dei due protagonisti tanto quanto l’abbiamo apprezzato noi!

Note di traduzione

  • “Thief” sicuramente non è traducibile con “personaggio”, ma a causa della grammatica italiana tradurlo alla lettera mi avrebbe costretto a rivelare il sesso del personaggio, entrando in terreno spoiler.
  • La parola idiosyncrasy in inglese si riferisce alle peculiarità del carattere di un individuo, eppure in questo caso interpreterei il suo significato come le principali caratteristiche stilistiche di Tezuka.

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