Mob Psycho 100 II – la recensione, seconda parte: reparto tecnico.

Dopo una breve pausa, nella quale comunque il blog è rimasto tutt’altro che inattivo, possiamo finalmente proseguire con la seconda parte della recensione di Mob Psycho 100 II, nella quale prenderò di mira l’aspetto tecnico dell’opera concentrandomi nell’evidenziarne gli aspetti fondamentali. La prima parte della recensione, nella quale ho parlato della storia e dei personaggi, potete trovarla qui. Ma bando alle ciance e addentriamoci subito nell’analisi di una delle opere tecnicamente più sbalorditive degli ultimi anni.

La serie ritorna dopo 3 anni più forte di prima riproponendo delle grandi figure che già avevano fatto parlare di sé nella prima stagione ma che in questo arco di tempo hanno avuto il tempo di crescere e di solidificare il proprio stile. Di fatto il lato positivo di poter contare con due giganti come Yoshimichi Kameda e Yuzuru Tachikawa a lavorare su un prodotto animato non si limita soltanto all’impatto che questi due professionisti hanno quando partecipano “attivamente” alla produzione, ma risiede anche nei loro contatti e quindi nella quantità di talenti che sono capaci di aggiungere al progetto. In questo caso però questi due grandi nomi si fanno “da parte” per permettere ai giovincelli di brillare; una scelta che ci ha privato del loro tocco personale ma che non ha affatto penalizzato la qualità generale della serie, anzi. Figure come Shin Ogasawara, Naoto Uchida e Itsuki Tsuchigami fanno tesoro delle loro esperienze e ritornano in questa seconda stagione occupando dei ruoli più importanti rispetto a quelli che occuparono nella prima stagione, tali come Animation Director o Episode Director, e vengono accompagnati da talentuosi key animators come (tra i tanti) Gem e Yuki Hayashi. Arriva anche Hiroyuki Aoyama – un animatore che si concentra prevalentemente sulla produzione di film d’animazione che ha partecipato nella parte finale del settimo episodio.

Ma non possiamo iniziare questo emozionante viaggio senza fermarci un momento per dedicare qualche parola all’emozionante nuova opening della serie, cantata nuovamente da Mob Choir. Incaricandosi degli storyboard e della direzione dell’opera, Tachikawa e Kameda hanno sfornato una vera e propria dichiarazione d’amore all’animazione, che si riflette su di essa attraverso alcuni importanti riferimenti che si amalgamano perfettamente alla serie citandone l’opera originale, la prima stagione, e persino l’autore. Quelle dello Zootropio e della Kinegram, sono due tecniche d’animazione parecchio datate (lo zootropio è persino una delle prime ad esser nata in data 1834) che vengono inserite per omaggiare in modo davvero unico e interessante il medium che tanto amiamo. Ma la sequenza a mio avviso più sbalorditiva è senza dubbio quella del domino (qui sotto), che ci offre non solo un’animazione davvero vistosa e piacevole, ma anche un sacco di riferimenti interessanti come il broccolo, la gomma da cancellare, il cane con il volto da essere umano, la telecamera dell’intervista di Reigen e tanti altri! La ruote panoramiche che invece appaiono in basso a destra e a sinistra sono una citazione alla prima opening, alla quale ovviamente Mob Choir si è ispirata sul piano musicale. 

Domino
Da notare come ogni personaggio abbia un’espressione facciale diversa durante la caduta, che rispecchia perfettamente la loro personalità. La massa di palazzi che lentamente si unisce è una citazione all’ultimo episodio della seconda stagione.

In contrasto con la complessità della opening si aggiunge invece l’ending realizzata da Ayako Hata, che si sforza di raccontare le imprese future dei personaggi in modo davvero adorabile attraverso l’utilizzo di filtri fotografici accoglienti, dello stile chibi e di colori sfumati.

 

Mob Psycho 100 II è un prodotto che riflette un costante tentativo da parte dello staff di sfruttare al meglio il potenziale dell’opera attraverso un utilizzo parecchio ispirato, e a tratti oserei dire anche innovativo, di ogni mezzo a loro disposizione, che si riflette positivamente sulla qualità generale dell’anime e che si traduce infine in un’opera costantemente ricca di spunti intrattenenti e visivamente attrattivi, capaci di sorprendere e coinvolgere lo spettatore episodio dopo episodio. Lo staff infatti ha iniziato a sperimentare e sbizzarrirsi parecchio, fornendoci tantissimi scene davvero creative o comunque poco comuni – e ciò non è strano se consideriamo che Yuzuru Tachikawa ha definito l’evento “Mob Psycho” come una vera e propria occasione per celebrare l’animazione e il suo potenziale.
Ma un risultato del genere è comunque frutto di un lavoro di gestione della programmazione parecchio efficiente, che è iniziata, oltre che in ordine non cronologico, abbastanza tempo prima della data di rilascio da fornire a questi geni il tempo necessario per fare tutto, e soprattutto per farlo bene. La serie alterna a delle puntate inumane, come la quinta e l’undicesima, degli episodi che sfigurano soltanto perché paragonati a questi ultimi, rimanendo comunque capaci di fornire una costante e inebriante dose di sakuga. La forte presenza di stili diversi in questo caso si riflette positivamente sull’opera perché inseriti sia per incentivare e supportare al meglio la narrazione che semplicemente per descrivere una scena in modo più interessante senza però mai sembrare fuori posto.
Tra questi potrei citare ad esempio la pixel art animation di Tomomi Umezu, che aggiunge ad una normalissima scena come quella in cui Reigen abbandona l’ufficio quel qualcosa in più che la rende unica e particolare. O ad esempio la sand animation di Miyo Sato, con la quale l’animatrice cerca di rappresentare nel miglior modo possibile le emozioni di Kageyama su schermo. 

Ma ciò che più è importante far notare in tutto questo è che, proprio come Mob Psycho è una storia che si concentra sull’espressione del singolo, ogni scelta effettuata dallo staff (come già abbiamo visto e come vedremo più avanti) viene adottata per esprimere nel miglior modo possibile il messaggio della storia e le emozioni dei personaggi. Gli smears enfatizzano l’enorme fiducia di Reigen nelle sue capacità comunicative e gli effetti fotografici insieme alla colorazione e all’ombreggiatura appesantiscono ancora di più delle scene che di per sé sono già disturbanti. 

Stiamo parlando di un’opera così ricca di materiale interessante a livello tecnico che l’unico modo di farle effettivamente giustizia sarebbe quello di analizzarla episodio per episodio, ma in quest’occasione per ovvi motivi mi limiterò a parlare di tutti gli aspetti che lo spettatore deve necessariamente cogliere per comprendere cosa sta guardando. Non sorprendetevi quindi se rincontrerete spesso il concetto di “supportare la narrazione con l’animazione” in quanto esso è proprio il core dell’ambizioso progetto Mob Psycho 100.
Contrariamente a quello che accade nella maggior parte delle serie, lo staff si “”contiene”” nei primi episodi e decide di mostrare soltanto la punta dell’iceberg di quella che poi si sarebbe rivelata essere l’incredibile qualità tecnica dell’opera, fornendoci ad esempio un primo episodio in cui, a livello d’animazione pura, è possibile trovare una sola scena davvero meritevole, ma che comunque si mantiene interessante grazie a degli storyboard ingegnosi, ai vari stili d’animazione già menzionati e ad un lavoro parecchio ispirato nei momenti comici.

Si continua poi con un secondo episodio che ci fornisce tanti spunti interessanti a livello fotografico con dei toni che rispecchiano perfettamente il macabro incontro con la TrascinatriceMa oltre a questo il secondo episodio è anche quello in cui probabilmente si sente più la mano diretta di Kameda attraverso le sue distintive linee spesse e interessanti layout. Da sottolineare anche l’intelligente utilizzo di smears nei cut di dash-baba, che enfatizzano la dinamicità della sua corsa e contribuiscono a trasmettere allo spettatore (e a Mob soprattutto) il crescente senso di paura generato dal suo veloce avvicinamento. Le idee alla base delle sequenze d’azione sono tanto audaci quanto complesse e infatti, come sottolinea Liborek nel suo articolo, semplicemente non avremmo potuto godere della loro presenza senza un professionista come Kameda a concretizzarle. Ma il mio spezzone preferito è sicuramente questo: ho apprezzato parecchio la dinamicità della scena e la terrificante espressione della Trascinatrice, che tradisce la sua sete di sangue e il piacere che proverebbe nel fare a fettine (letteralmente) il nostro Shinra.

Qui si descrive in maniera giocosa una situazione piuttosto ironica attraverso l’espressività del personaggio, l’ombreggiatura e l’uso di smears.

Con gli storyboard artisti come Katsuya Shigehara, Takebumi Anzai, Kenichi Fujisawa e Yuji Oya (tra i tanti) utilizzano spesso la telecamera per sottolineare lo stato d’animo e l’angoscia dei personaggi. Continua la sperimentazione con scene come questa, nella quale osserviamo un improvviso cambio di stile che si avvicina a quello dei fumetti.
La telecamera viene sempre utilizzata in modo molto creativo e intelligente: a sinistra veniamo brillantemente condotti nella ferita di Reigen per poi scoprire la fonte del suo dolore: Mob. Nell’immagine al centro lo spettatore viene posto in una prospettiva dalla quale evince l’imm
ensa statura di Shibata e comprende quanto Reigen sia insignificante al suo cospetto. E a destra osserviamo che la telecamera simula la spinta scaturita dai poteri di Mob, ideando una scena che permette di risparmiare molto tempo in modo parecchio creativo. Da evidenziare inoltre la costante presenza di inquadrature dal basso.

La scena finale del primo episodio, comunque, è stata realizzata da Itsuki Tsuchigami, un artista il cui importante contributo nell’opera è iniziato già nella prima stagione, quando ha lavorato come key animator in un paio d’episodi. Ma è in questa seconda occasione che abbiamo la possibilità di vedere tutto il suo potenziale. Già nel quarto episodio ci mostra la sua grande bravura animando il combattimento tra Mob-Ekubo e Mogami nel corpo di Minori, ponendo particolare attenzione nel mostrare la differenza tra il movimento di Mob e quello della ragazzina. Mogami non ha interesse nel preservare il corpo che l’ospita e per tanto i suoi movimenti sono scoordinati, mentre Ekubo combatte con attenzione e cerca di ridurre al minimo i danni. La scena finale del combattimento è davvero interessante e il posizionamento della telecamera praticamente sul pavimento è un tocco in più che permette di godere al meglio della capriola finale. Ciononostante la parte migliore è a mio avviso quella di Ken Yamamoto, che ci regala una scena finale che già di per sé sarebbe stata il culmine di un’ottima produzione se non stessimo parlando di Mob Psycho 100: la scena in cui Mogami “fa a pezzi” Shigeo. Ottima l’anatomia dei suoi disegni ed il modo in cui riesce a trasmettere il dolore di Mob, che culmina con la disperazione dello spettatore nel vederlo completamente a pezzi. Oltre a questo, ci terrei a menzionare anche il lavoro di Yasunori Miyazawa, che prende un posto speciale nel mio cuore con la scena in cui Kirin viene posseduto.

Ma tornando a Tsuchigami, anche nel quinto episodio ha avuto l’occasione di mostrare il suo talento realizzando alcune scene di incredibile qualità tecnica, ma è quando guadagna il ruolo di episode director nell’undicesimo episodio che davvero ne vediamo delle belle. Sotto la sua brillante direzione hanno lavorato tantissimi talenti come China e Nakaya Onsen (a cui attribuirei il merito d’aver realizzato la scena più emozionante dell’episodio), rendendo la lotta contro Shimazaki semplicemente una meraviglia per gli occhi. Il campo di battaglia diventa caotico ma lo staff ci fornisce una visione dell’azione sempre chiara e spaventosamente immersiva, che risalta lo scenario degli avvenimenti in tutte le sue dimensioni e profondità mediante un fenomenale posizionamento della telecamera, attraverso la quale esploriamo il cambo di battaglia sia da un punto di vista esterno che nella soggettività dei personaggi con delle meravigliose visuali in prima persona o con il veloce cambio di background per il teletrasporto di Shimazaki.

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Fino ad ora ho volutamente evitato di menzionare un particolare animatore che a mio avviso è quello che più di tutti merita riconoscimento (e applausi) per il lavoro svolto. Sto parlando dell’autore del famosissimo ventiduesimo episodio di Fate/Apocrypha: Hakuyu Go. Già nella prima stagione ha realizzato probabilmente una delle lotte più complesse ed emozionanti dell’undicesimo episodio (che tra l’altro ho anche menzionato nella recensione scorsa), ma nel quinto episodio della seconda stagione Hakuyu Go si trasforma in Hakuyu God, facendosi carico del ruolo di episode directoranimation director storyboard. Già di per sé assumere tre ruoli così fondamentali in un episodio è un lavoro estremamente dispendioso, ma farlo in questo specifico caso è semplicemente inumano, specialmente considerando il risultato finale. Questo è stato inoltre il suo ultimo lavoro prima di tornare in Taiwan per prestare il servizio militare, situazione a causa della quale il quinto è stato di fatto il primo episodio ad esser stato realizzatoterminando ad Agosto. Quest’episodio risulta essere un agglomerato di stili e concezioni d’animazione differenti ma mai fuori posto in quanto perfettamente pensati per supportare al meglio la narrazione.
Il dipartimento di compositing fa un ottimo lavoro nel creare un contrasto tra l’atmosfera cupa e tetra dell’ambiente e i colori accecanti del potere di Mob, rendendolo di fatto l’unico “portatore di luce” in un mondo desolato e violento. Lo staff si allontana parecchio dal costruire delle ambientazioni palpabili e realistiche per favorirne invece una rappresentazione distorta, che viene accompagnata da un’altrettanto cambio di stile di disegno; tra cui menzionerei quelli di
 Takuji Miyamotoche distorce i personaggi rendendoli parecchio surreali e inquietanti, e quelli “slim” di Yuki Yonemori.

Ma la scena che più si allontana dal realismo è sicuramente quella di Yasunori Miyazawa, nella quale vediamo l’intera classe contorcersi e sparire completamente nell’oscurità. Ken Yamamoto torna in tutto il suo splendore animando la scena in cui Mogami rilascia la sua aura terrificante, e il suo lavoro si unisce perfettamente con i particolarissimi effetti di Keiichiro Watanabe, trasportando l’inferno su schermo in modo parecchio terrificante.

Il latte versato sulla testa di Mob scatena nel personaggio un sentimento così potente da invaderlo completamente, facendolo sentire minuscolo rispetto agli altri.

Gli storyboard di Hakuyu Go sono sempre interessanti e ritraggono in modo spaventosamente realistico le tristi sensazioni di Mob; solitudine, disperazione, ira e determinazione, sono tutti sentimenti palpabili che vengono veicolati in modo magistrale attraverso una semplice inquadratura. 

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Con il tredicesimo episodio si raggiunge finalmente il climax con lo scontro tra Mob e Suzuki; scontro che si rivela davvero ricco di punti interessanti da prendere in considerazione e pieno zeppo dell’impronta di grandi professionisti. A realizzare l’esplosione di Mob è stato un animatore famoso in BONES per le sue esplosioni: Hideki Kakita, e a precedere il suo ottimo lavoro troviamo l’incredibile lavoro di Gem: i suoi primi e primissimi piani enfatizzano il dolore che Mob sta provando, che viene trasmesso ancora più fedelmente dalle sue linee rozze e deformi. Anche Yuki Hayashi – un animatore di grande esperienza che ha lavorato all’ultimo film di Dragonball – partecipa allo scontro con Suzuki, e della sua parte mi è piaciuta la sensazione di potenza che è possibile percepire nello scambio di pugni, gli effetti (come acqua e fuoco) e i detriti.

Ma il lavoro che più mi ha colpito è sicuramente quello di Hironori Tanaka, che in un breve lasso di tempo riesce a trasmetterci tutto il dolore e l’agonia che Suzuki deve aver provato nel vedere il suo corpo contorcersi contro la sua volontà. L’ambiente in cui si svolge il combattimento viene sostituito da un background astratto e terrificante, volto ad enfatizzare la totale assurdità del momento e la rabbia di Mob. È possibile notare il vano e disperato tentativo da parte di Suzuki di resistere all’ineguagliabile forza di Mob, ma anche lo spavento e la sorpresa del personaggio nel ritrovarsi sottomesso in questo modo. Davvero eccezionale!

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