THE NIGHT IS SHORT, WALK ON GIRL: tematiche, poetica e comparazioni (contiene spoiler)

Tomohiko Morimi è probabilmente uno degli scrittori contemporanei più famosi in Giappone, e a dimostrarlo è l’importante numero di trasposizioni animate che le sue opere hanno avuto e continuano ad avere. Ma tra i tanti adattamenti, quello che ha contribuito maggiormente a portare il suo nome anche all’estero è senza dubbio quello di “The Tatami Galaxy”, realizzato da Madhouse nel 2010.
Tanti sono i nomi che hanno partecipato a quella produzione, ma quelli che ci interessano ai fini dell’articolo sono quelli di Masaaki Yuasa, Shingo Natsume (già citato trentamila volte in questo blog), Eriko Kimura, Makoto Ueda, Eunyoung Choi e Yūsuke Nakamura.
Si perché queste sono le stesse persone che il celeberrimo Yuasa ha trascinato in casa Science Saru per la realizzazione della brillante, colorata, e oserei direi ringiovanente, pellicola “Yoru wa mijikashi arukeyo otome”, uscita ad aprile 2017.
Oltre allo staff già nominato, è importante far notare la presenza di Shinya Ohira che compensa (non in stile ma in quanto alla presenza di nomi importanti) la perdita di Shingo Yamashita.
Bene, ma perché tutti ‘sti nomi?

A mio avviso la scelta di conservare buona parte dello staff di Yojouhan Shinwa Taikei garantisce un collegamento -in questo caso stilistico- tra le due opere che altrimenti sarebbe molto sottile e difficilmente identificabile dallo spettatore casual se non per la presenza di alcuni personaggi in comune. “The night is short, walk on girl”, infatti, non è un’opera che si allaccia in modo diretto a The Tatami Galaxy (tanto che lo stesso Yuasa descrive le avventure del film come “avvenute in un universo parallelo a quello di The Tatami Galaxy) , ma piuttosto un sequel che in inglese potremmo chiamare spiritual successor; ovvero un sequel legato al suo predecessore solo lontanamente e indirettamente.
Sia chiaro che riuscire a ricollegare le due opere non è assolutamente necessario per godere a pieno di questa pellicola, ma lo diventa quando l’obbiettivo è quello di scavare più a fondo per farsi un’opinione più approfondita dell’opera e del pensiero di Morimi.
Eppure più avanti in quest’articolo di punti in comune con The Tatami Galaxy ne troveremo parecchi, ma per scoprirli non ci resta che iniziare questo viaggio, che conterrà spoiler, alla scoperta di questo grande film d’animazione.

Alcune delle diverse riflessioni saranno ricollegabili tra loro e verranno comunque ordinate senza un particolare criterio. Chiedo venia in anticipo per la poca chiarezza ma offro la mia più totale disponibilità nel risolvere eventuali dubbi.

Sul piano tecnico in quest’occasione non mi sbilancerò troppo perché, in quanto grande estimatore di Yuasa e per nulla esperto d’animazione, mi ridurrei semplicemente ad elogiare il risultato finale dell’adattamento animato senza però fornire alcuna osservazione od opinione interessante a riguardo. Ciò che però vorrei ricordare è che stiamo parlando di un’opera concepita da un professionista che nello stesso anno ha partorito un adattamento animato dai toni completamente opposti a quelli di questa pellicola come Devilman Crybaby (di cui ho parlato nel mio primo, incomprensibile e mal scritto articolo su questo blog), mostrando nuovamente il suo ormai indiscusso talento e soprattutto la sua capacità d’adattare qualsiasi opera in modo semplice ma mai banale (persino il genere musical).

A detta dello stesso Yuasa, questo film è il risultato della sua interpretazione personale del romanzo, e ciò si traduce in un adattamento che io definirei “spoglio”, in quanto si presenta dinanzi a noi privo di adorni vari; i colori di Aiku Nakamura e Lucille Briand sono piatti, le linee dei disegni estremamente basilari e gli sfondi poco dettagliati.
Ciò che più mi ha stupito, però, sono stati proprio questi ultimi in quanto, seppur il loro obbiettivo non sia quello di tendere al realismo, riescono comunque a riprodurre l’atmosfera particolare che Yuasa deve aver percepito quando si è diretto a Kyoto per studiare l’ambiente. Giusto per citarne due tra i tanti: il fiume Kamogawa (鴨川) è stato riprodotto in modo fedele e con esso le coppiette che si dirigono sulle sue sponde, e l’area di Pontochō (先斗町) non perde per nulla il fascino che la rende una delle zone di Kyoto più interessanti da visitare per cena.

Real footage
Film
Real footage
Film

Il suo adattamento, inoltre, rende “palpabile” la realtà materializzando i sentimenti e le sensazioni dei personaggi; la loro pelle che diventa rossa man mano che si ubriacano o ammalano, Don Mutanda che diventa completamene grigio non appena perde la speranza, e la mente di Senpai che viene proiettata come un libreria, sono soltanto alcuni degli esempi che potrei fare.
Quello di Morimi non è sicuramente un romanzo che tenta di descrivere la realtà in tutta la sua accuratezza e complessità, bensì di semplificarla per mandare un messaggio ben specifico. Ed è proprio per questo che, proprio come Yuasa stesso afferma, l’unica soluzione alla quale ha potuto pensare per rendere al meglio la storia è quella di allontanarsi dalla realtà nel trasporla.
Vi invito a riflettere sulle ragioni per cui i romanzi di Morimi non abbiano mai ricevuto un adattamento live-action come tutte le altre opere famose. Certo, sicuramente ci sono delle motivazioni legate ai comitati di produzione, il marketing etc… ma sono sicuro che questa discrepanza dalla realtà delle sue opere rappresenti un rischio di fallimento che semplicemente nessuno si è voluto prendere.

La determinazione come scheletro dell’opera

Di commenti e recensioni sulla pellicola ne ho visti parecchi, e devo dire che, almeno dai pareri che ho letto in giro, il film è stato davvero gradevole per molte persone, e questo non può che farmi piacere. Ma come al solito le critiche insensate non mancano, e tra tutte quella che più mi ha stupito è stata quella avanzata a Senpai, che è stato definito “il punto debole dell’opera” in quanto “poco approfondito”. Eppure la pellicola non si basa affatto sui personaggi e non tenta mai di approfondirli, e a dimostrarlo è il fatto che questi neanche posseggano un nome atto ad identificarli (affinché lo spettatore possa identificarsi con essi). La ragazza dai capelli corvini e Senpai, proprio come Boku in The Tatami Galaxy, non sono null’altro che uno strumento utilizzato per mandare un messaggio.
Se bisogna criticare il personaggio in quanto “si riduce semplicemente ad inseguire insensatamente La ragazza dai capelli corvini”, allora vi ricordo che anche quest’ultima insegue ciecamente un qualcosa, e sicuramente la pellicola non si dilunga nell’elargire le motivazioni che la spingono a farlo. Entrambi, seppur in modo diverso, tentano di raggiungere un obbiettivo e lo fanno semplicemente perché vogliono farlo.

Il concetto di determinazione è infatti ampiamente trattato nel film e ne rappresenta praticamente lo scheletro. Tra tutti, però, Kurokami no otome è probabilmente il personaggio che insegue il suo obbiettivo con maggior ostinazione in quanto si concentra così profondamente su ciò che l’aspetta da iniziare ad ignorare i suoi stessi sentimenti e quelli degli altri (Senpai).
A simboleggiare questo suo atteggiamento troviamo i svariati riferimenti ai treni all’interno dell’opera che, a mio avviso, fungono da parallelismo con il suo continuo procedere verso l’ultima fermata raggiungibile: quella del mondo degli adulti.
Le varie fermate, nelle quali stazionerà momentaneamente, non saranno mai in grado di deviare il suo tragitto ma serviranno come opportunità per le persone che risiedono nelle stazioni per abbordare il treno e seguirla verso la felicità, ispirati e affascinati dalla sua gioia e gioventù.
Anche la storia del libro Ra Ta Ta Tam è praticamente la stessa della protagonista, e la sua volontà di ritrovarlo è la dimostrazioni di quanto lo ami e della sua enorme influenza sul suo comportamento attuale.

La determinazione è anche quella che spinge Senpai ad affrontare qualsiasi tipo di tortura pur di farsi notare dalla sua amata. Non importa a cosa debba andare in contro e chi debba tradire, Kurokami no otome è il suo obbiettivo e nulla gli impedirà di raggiungerlo. Il suo più grande ostacolo però, fino agli avvenimenti del film, era se stesso e la sua codardia. Non avendo il coraggio di palesare i suoi sentimenti, Senpai adottava quella che io in italiano tradurrei come “strategia dell’incontro casuale”, sperando (in vano) d’esser notato dalla sua principessa. Eppure, così come possiamo evincere dalle primissime parole della Ragazza dai capelli corvini, anche per Senpai questa notte sarà l’occasione per affrontare se stesso e prendere finalmente la decisione che ha per anni tardato a compiere: dichiararsi.

Anche la storia di Don Mutande e quella de “Il Re eccentrico” incarnano perfettamente questo concetto. Don Mutande è determinato nel cercare il suo amore, e anche lui farebbe di tutto pur di incontrarla (o incontrarlo). La sua situazione è diversa da quella di Senpai ed è per questo che egli nutre una forte gelosia e (probabilmente) un forte odio nei suoi confronti. Senpai ha il privilegio d’avere il suo amore davanti a se eppure non muove un dito per confessarsi, mentre se Don Mutanda avesse la possibilità di dichiararsi non si perderebbe in chiacchiere.

A simboleggiare questo messaggio ci sono anche le bambole Daruma (達磨), che sono un simbolo di fortuna e perseveranza che viene mostrato e citato svariate volte durante tutto il film.

Li Bai e la solitudine come sintomo dell’ebrezza

La capacità di Kurokami no otome di influenzare gli altri e di trascinarli in una meravigliosa avventura all’insegna dell’alcool rappresenta, però, una visione dell’ebrezza che si scontra prepotentemente con quella del personaggio cardine del film (tanto che da una sua frase viene tratto il titolo dell’opera): Rihaku (リハク).
リハク in realtà non è null’altro che, detto in maniera ignorante, l’adattamento in lingua giapponese di 李白, ovvero Li Bai (o Li Po) in Cinese.
Oltre ad essere, insieme a Du Fu (杜甫), il poeta cinese più importante della storia, Li Bai fu un grande estimatore delle bevande alcoliche, e all’ebrezza ha dedicato alcune delle sue poesie più famose. Citando un osservazione di John C. H. Wu sul poeta: “seppur ci siano state persone che hanno bevuto più vino di Li Bai, nessuno ha dedicato ad esso così tante poesie come ha fatto lui”.
Secondo James J. Y. Liu, quando nelle sue poesie Li Bai menziona lo stato d’ebrezza lo fa utilizzando il carattere 醉 (zui), che non è esattamente traducibile con “ubriaco” o “sbronzo”, ma piuttosto si riferisce allo stato d’animo “d’esser trascinato via dalle proprie preoccupazioni”.
Ma oltre all’ebrezza, Li Bai ha trattato tematiche come la consapevolezza dello scorrere del tempo e il “vagabondare” (condizione alla quale Li Bai stesso dovette sottomettersi per qualche tempo).

Basandoci su queste informazioni i richiami alla pellicola e ai suoi personaggi diventano palesi proprio come scontata diventa la sua presenza nel film; oltre ai palesi riferimenti sull’alcool, il vagabondare può essere ricollegato alla condizione della nostra protagonista, e lo scorrere del tempo è anch’esso un dilemma più volte trattato nella pellicola.
Ciò che però mi ha lasciato interdetto è stato il ruolo affibbiato al personaggio specialmente nella prima parte della storia, nella quale Rihaku viene rappresentato quasi come una figura negativa. Ma per quale motivo rappresentarlo in questa maniera se il poeta a cui è ispirato rispecchia in modo così perfetto le tematiche della serie?
Oltre alle scontate motivazioni dovute alla trama, a mio avviso la risposta sta nella visione che Li Bai aveva dell’ebrezza, che considerava un momento perfetto per stare solo e contemplare il mondo piuttosto che un’opportunità per condividere dei buoni momenti con gli altri.
In una delle sue poesie possiamo leggere:

Da sobri, noi viviamo di una gioia comune; quando poi, nell’ebbrezza, ciascuno si disperde.

月下獨酌, Sotto la luna, un festino solitario.

Capirete che questa sua visione contraddice fortemente il messaggio che la prima parte della pellicola vuole mandarci attraverso Kurokami no otome (e con la questione del treno), che riesce a raggruppare e a far divertire tutte le persone intorno a lei proprio facendole ubriacare, e mostrandoci quindi, contrariamente al pensiero del poeta cinese, l’alcool come collante che unisce tutti i personaggi. Ed ecco quindi che il significato del carattere zui viene interpetato in maniera diversa dalla Ragazza dai capelli corvini, che fa ubriacare le persone che la seguono affinché possano dimenticare i loro problemi stando in compagnia.

Ad evidenziare questo contrasto tra il pessimismo di Li Bai e l’ottimismo di Kurokami no otome ci pensa benissimo anche lo staff attraverso un brillante uso delle musiche di sottofondo e l’uso dei colori.

In fondo ciò che Rihaku e Li Bai rappresentano -ovvero la solitudine e il pessimismo- sono due tematiche contro le quali questo film si scaglia con tutte le sue forze. Senpai e Don Mutanda scappano dalla solitudine inseguendo l’amore, e persino il Direttore del festival scolastico teme l’alienazione sociale e fa di tutto per difendere la sua reputazione.
Rihaku è un personaggio perseguitato dalla solitudine che cerca in qualsiasi modo di riempire il suo vuoto interiore comprando tutto ciò che non riuscirebbe ad ottenere normalmente: amore, credibilità e potere. Vivere in un mondo del genere rende di fatto la sua vita un sogno dal quale potrebbe svegliarsi in qualsiasi momento; le relazioni che ha costruito non sono veritiere e il suo potere dipende soltanto dai soldi. Avvicinandosi alla vecchiaia egli comprende quanto fragili siano le fondamenta sulle quali ha basato la sua vita e finisce col soccombere alla solitudine, ammalandosi.
Ma Kurokami no otome, simbolo d’ottimismo e di compagnia, lo salva dall’abisso ricordandogli che egli non è affatto solo e che la sua presenza è stata, oltre che la base sulla quale si è fondata la meravigliosa notte che i nostri personaggi hanno passato, causa di beneficio per tantissime persone. Il raffreddore viene usato come pretesto per mostrare un collegamento tra lui e gli altri personaggi, e i soldi, che prima usava per comprare l’affetto delle persone, diventano uno strumento che il personaggio presta agli altri affinché questi possano raggiungere la loro felicità. L’idea secondo cui nessuno può davvero considerarsi solo in quanto noi siamo oggettivamente e indirettamente collegati agli altri viene rappresentata anche con il discorso del Dio dei Libri, quando ci spiega come ogni libro sia collegato indirettamente ad un altro.

Comprendere quindi la bellezza di una genuina compagnia è per lui la migliore delle notizie, che di fatto lo fa letteralmente ringiovanire.
La sconfitta di Rihaku al tavolo contro Otome, e il fatto che quest’ultima l’abbia salvato dalla morte, sono in realtà un messaggio ottimistico che l’opera vuole mandare allo spettatore: divertitevi, affrontate i problemi insieme agli altri e non fatevi mai abbattere. Non a caso quella di Rihaku è una realizzazione che ricondurrei a quella di Boku, dove quindi il personaggio comprende l’assurdità della solitudine e apprezza il valore della presenza di altre persone nella sua vita. Kurokami no otome sconfigge il pessimismo di Rihaku provandogli di non esser solo e mostrandogli quanto bello sia il mondo che si è perso. Questo messaggio rende la pellicola, a mio avviso, una vera e propria celebrazione alla vita dalla quale tutti noi dovremmo imparare.

Sicurezza e solitudine: due approcci diversi al problema

Seppur “The night is short, walk on girl” e “The Tatami Galaxy” siano due adattamenti non esplicitamente collegati tra di loro, è comunque possibile trovare parecchi punti in comune tra le due opere. Quelli più evidenti sono sicuramente l’ambientazione (la storia si svolge nella stessa università) e la presenza di alcuni personaggi in comune, come Higuchi e Ozu. Oltre a questo mi sembrano anche facilmente identificabili il character design di Nakamura e la narrazione frenetica di Ueda. Quest’ultima caratteristica, però, apre le porte ad un paragone meno intuitivo: possiamo infatti osservare due interpretazioni diverse del concetto di “frenesia” associato alla narrazione, che rispecchiano in modo perfetto la natura stessa delle due opere e ne risaltano il messaggio.

E parlando di frenesia….

“The Tatami Galaxy”, infatti, si basa su dei dialoghi recitati così velocemente da costringere lo spettatore (almeno quello che non parla giapponese) a trascurare la visione dei cut.
Stiamo parlando di un’opera che ci mostra un’approccio al problema dell’insicurezza che definirei passivo, nel quale Boku si crogiola incessantemente su tutte le diverse possibilità a cui potrebbe andare in contro nel caso facesse una determinata scelta; il tutto rimanendo però sempre fermo nella sua galassia di tatami. Un’opera che presenta un approccio così passivo al problema non può che fondarsi su un personaggio principale che brillerà nel descrivere le vicende a parole piuttosto che sperimentarle empiricamente e lasciare che queste parlino da sole.
Al contrario, in “Yoru wa mijikashi arukeyo otome” Ueda sceglie di comprimere un anno di avvenimenti (del romanzo) in una sola notte, e lo fa in modo così naturale e bilanciato da scongiurare a prescindere qualsiasi domanda da parte dello spettatore su cosa esattamente stia succedendo.
Quella di Morimi è una storia in cui la protagonista assume un ruolo attivo nei confronti dell’incertezza: non si ferma a considerare ogni possibilità ma semplicemente agisce e si getta -forse pericolosamente, forse intelligentemente- nell’ignoto. L’obbiettivo dell’adattamento animato di questo film è quindi quello di mostrarci quanto bello sia il mondo nel quale viviamo, e per farlo lo staff si impone di risaltarne la bellezza riducendo al minimo i dialoghi e incentivandone l’estetica.
Si perché mentre “The Tatami Galaxy” ci racconta come la vita potrebbe essere, “The night is short, walk on girl” ci mostra com’è. E caspita quant’è bella!

Senpai e Boku sono dei personaggi molto simili che, infine, arrivano alla stessa conclusione: farsi avanti non può che portare ad una vita migliore. Senpai però a mio avviso rappresenta una versione molto meno estremizzata del concetto di codardia in quanto si dimostra disposto a tutto pur di raggiungere Kurokami no otome, che si accorgerà della sua mancanza d’attenzione nei confronti di Senpai proprio grazie agli amici che si è fatta durante la notte.
Oltre a questo ritengo interessante far notare anche l’approccio diverso al problema che le due opere ci mostrano. “The Tatami Galaxy” si concentra nel periodo che precede la fatidica decisione di cambiare, che però una volta presa porta subito al cambiamento. “The night is short, walk on girl”, invece, si concentra più sugli avvenimenti che accadono dopo la presa di posizione e che conducono i personaggi alla felicità.

Immagine a caso volta a contemplare questo bellissimo filtro

In conclusione, il ritmo frenetico di Ueda ci fornisce una storia che non lascia il tempo allo spettatore di interrogarsi sul suo significato ma che, quando osservata e scomposta, fornisce tantissimi spunti interessanti e riflessioni da fare. E il genio di questa pellicola si trova proprio in quest’aspetto: nel riuscire a fornire una storia che riesce ad intrattenere sia a “mente spenta” che a “mente accesa”. La determinazione di cambiare diventa il motore che spinge i personaggi ad allontanarsi dalla solitudine, ma (purtroppo) il bellissimo messaggio di superamento personale che li spinge ad evadere dalla prigione della solitudine finisce per banalizzare il problema e descrivere quest’ultima come una condizione mentale dalla quale le persone devono semplicemente scuotersi, piuttosto che come un problema di emarginazione sociale reale che andrebbe affrontato con la dovuta serietà.
Definirei comunque questa implicazione indiretta come una controindicazione che non rappresenta un grosso problema ma solo una piccola nota da tenere in conto nel momento di arrivare alle proprie conclusioni personali.
Il reparto tecnico accompagna il surrealismo della storia con uno stile che definirei astratto ma sempre piacevole alla vista, e affianca alla genuinità del messaggio una trasposizione della realtà che conserva soltanto le sue caratteristiche più evidenti, perdendosi per strada tutti gli inutili dettagli. I tre giganteschi storyboarder trovano un perfetto punto in comune e devo confessarvi di non esser riuscito ad identificare, nella maggior parte dei casi, chi ha lavorato a cosa. Probabilmente questo è solo il sintomo della mia ignoranza e spero d’esser smentito il prima possibile, ma ho comunque deciso di menzionare quest’aspetto perché in generale la pellicola mi è sembrata molto compatta da questo punto di vista e non ho notato pesanti differenze di stile tra lo staff.

Insomma, Yoru wa mijikashi arukeyo otome guadagna un posto speciale nel mio cuore e riesce a darmi una grande lezione che difficilmente dimenticherò nella mia vita: sii sempre positivo e non temere le novità. Questo breve e confusionario articolo è in realtà il mio modo di ripagare l’importante lezione che mi ha dato, condividendola con voi e cercando di portarla a più persone possibile.
Grazie.

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