Madoka Magica: la rinascita di un genere

Durante gli anni novanta gli anime sulle maghette, o Mahō Shōjo, hanno attraversato un momento di estrema popolarità. Con le loro uniformi colorate, scettri scintillanti e mascotte carinissime, le maghe hanno invaso le televisioni delle famiglie di tutto il mondo, facendoci conoscere le meraviglie che la magia può compiere. Hanno inspirato le menti di migliaia di bambini con le loro fantastiche avventure. Gli effetti di questa vera e propria invasione non sono tardati ad arrivare: in Italia, ad esempio, ogni bambina aveva borsette, spille, fasce per capelli, zaini, quaderni e diari a tema Sailor Moon. In particolare, la popolarità di quest’ultima inspirò poi la creazione di tantissime altre opere nel breve futuro, tutte simili tra loro e con praticamente quasi la stessa storia. Sempre la solita ragazza normale che da un momento all’altro diventa una maghetta ed inizia a combattere il male entrando in un gruppo composto da altre maghe di colori diversi.

Questo incessante plagio a Sailor Moon ha finito, purtroppo, per arrestare l’evoluzione del genere. Tutto era uguale al resto, nessuno osava aggiungere o togliere nulla. Ma per quale motivo? Semplicemente perché c’era già tutto ciò che era necessario: maghette, nemici brutti e cattivi e la magia. A nessuno importava di star vedendo le stesse cose solo con personaggi diversi sotto nomi diversi perché gli spettatori di questo genere sono, nella maggior parte dei casi, bambini. Ai bambini non importa nulla della coerenza narrativa e della mancanza di innovazione di ciò che guardano, loro lo guardano e basta perché ne traggono divertimento. Questo genere nasce per loro, per i bambini. Aggiungere temi per adulti, personaggi seri e nemici psicologicamente complessi sarebbe significato autodistruggersi. Inoltre, squadra che vince non si cambia. Perché scervellarsi per innovare un genere che, per sua stessa natura, non può andare oltre quel punto, quando anche riuscendoci praticamente nessuno se ne accorgerebbe?

Col passare del tempo i gusti cambiano e le inclinazioni degli spettatori pure. Quello che non cambia è, invece, il genere mahō shōjo. Com’è ovvio e anche giusto che sia, si arriva ad un punto in cui le maghette non vendono più come prima, non emozionano più come prima, non ci sorprendono più come prima. I bambini e le bambine vengono catturate da altre storie, e non ci pensano due volte ad abbandonarle per far spazio a nuovi idoli. Per i mahō shōjo è arrivata la fine…
Poi, tutto d’un tratto, arriva Madoka Magica

Data l’estrema similarità del genere, è effettivamente possibile schematizzare i concetti base e le idee cardine dei mahō shōjo. Diventa possibile racchiuderli come uno solo, condividendo la stessa morale, i stessi pregi, e i stessi difetti. Ed è, infatti, proprio su quest’ultimi che Madoka Magica si concentra, è proprio sulla base di quest’ultimi che Madoka Magica nasce. D’altro canto, per più di dieci anni, tutti i mahō shōjo si sono concentrati sul trasmettere la stessa morale e sull’incantare lo spettatore con le loro miracolose magie, sull’esaltare i pregi del genere. Per più di dieci anni i mahō shōjo hanno ignorato i propri difetti, fuggendo da loro e rintanandosi nel pensiero secondo cui innovare non era necessario. Madoka Magica identifica un paio di concetti e di messaggi trasmessi per tutto questo tempo dai mahō shōjo e li attacca frontalmente in modo brutale e severo. Brutale in quanto l’intera esistenza di Madoka Magica si basa sulla distruzione di questi concetti, sull’evidenziare quanto essi siano sbagliati e privi di senso costantemente durante tutto l’arco narrativo dell’opera. Severo perché la critica mossa ai suoi predecessori da Madoka Magica non è leggera, anzi. I personaggi di Madoka Magica criticano freneticamente questi concetti e li definiscono “imperdonabili” o “inconcepibili” o “sciocchi” incessantemente. Ed è, a mio avviso, proprio distruggendo e sovvertendo questi concetti che Madoka Magica cambia per sempre i mahō shōjo. Per la prima volta, qualcuno va contro corrente, qualcuno azzarda. Qualcuno sceglie di autodistruggersi. E lo fa perché ormai il pubblico ne ha bisogno, perché le storie classiche stile anni novanta non funzionano più. Lo fa perché è necessario che i mahō shōjo crescano in quanto temi trattati affinché possano tornare allo splendore di un tempo.

La gigante critica che Madoka Magica spara addosso ai suoi predecessori si basa, riassumendo, su questi due concetti:

La leggerezza con cui l’eroina sceglie di diventare maga.

In tutti i mahō shōjo antecedenti a Madoka Magica, l’evento di trasformazione in maga è considerato estremamente positivo. Positivo in quanto riesce a scuotere in qualche modo la vita ormai monotona e noiosa del personaggio principale. Positivo perché, da quel momento in avanti, l’eroina avrà la possibilità di utilizzare i propri poteri per sconfiggere il male e salvare il prossimo, diventando famosa e realizzando il proprio ideale di giustizia. In poche parole: l’eroina è felice di trasformarsi e lo fa più per gli altri che per se stessa. Certo, vuole abbattere la monotonia ed essere utile, ma quello non è il vero motivo della scelta, ma una conseguenza. L’eroina sente il peso della responsabilità affidatole sulle spalle e ne va fiera. Salvare gli altri e sconfiggere il male è fonte di estrema felicità per lei. Ed è proprio per questi motivi che non ci pensa due volte prima di trasformarsi, di accettare quest’onere immensamente grande, di sacrificare la sua vita privata per gli altri, di sacrificare, a volte, persino se stessa in onore della “giustizia”. Eppure, chiede Madoka Magica, come può una ragazzina comprendere ciò che sta facendo? Come può sostenere con estrema convinzione di conoscere ed accettare le conseguenze che tale scelta porterà sulla sua vita? Può essere cosi sciocca, chiede Madoka Magica, da prendere una decisione di tale magnitudine in 20 secondi? In base a quale criterio può dichiarare di voler compiere un sacrificio cosi grande per gli altri? Quali sono le certezza che, dopo un paio di giorni, non si pentirà di ciò che ha fatto?

L’evento di trasformazione in maga in Madoka Magica è, invece, negativo. Rappresenta l’evento culmine della disperazione. Incarna l’ultima possibilità dell’uomo che, ammettendo di trovarsi in una situazione irrecuperabile, decide di affidarsi ad un miracolo. Essere maghe, in Madoka Magica, non è motivo d’orgoglio o di felicità, bensì è un prezzo da pagare, una punizione inflitta per aver espresso un desiderio altrimenti irrealizzabile. Uccidere le streghe e difendere le persone normali dal male non è un compito a cui le maghe adempiono volentieri, bensì sotto costrizione, sotto contratto. La fine che aspetta chi diventa una maga non è nella gloria, ma nella stessa disperazione da cui ha tanto cercato di fuggire.

[…] “Sì. Delle sciocche felici. Non credo che sia raro trovare gente disposta a rischiare la vita pur di realizzare un proprio sogno. Anzi, è probabile che il mondo sia pieno di persone simili. E quindi, se non riusciamo a trovarne nemmeno uno [di desiderio da esprimere], vuol dire che non sappiamo cosa sia l’infelicità, e tutta questa fortuna ci ha reso delle sciocche.”

Sayaka a Madoka

L’uso sconsiderato e infinito della magia non ha ripercussioni.

“Speranza e disperazione coesistono in perfetto equilibrio. Me l’hai detto tu, non ti ricordi? Ora capisco bene che cosa significa. Rinunciando alla mia anima, ho potuto aiutare altre persone, ma in cambio il mio cuore ha continuato a riempirsi d’odio e d’invidia. Ho persino finito per ferire la mia migliore amica. Ogni volta che combatto per la felicità di qualcuno, qualcun altro deve provare altrettanta sofferenza. È così che funziona per noi che abbiamo scelto di essere maghe. Sono davvero… una stupida.”

Sayaka a Kyoko

Prima di Madoka Magica l’uso della magia non viene mai seriamente limitato, e neanche ha delle conseguenze per il troppo utilizzo. Nel mondo dei mahō shōjo antecedente a quello di Madoka Magica, quindi, la magia è una specie di fonte infinita di speranza a cui le maghette fanno affidamento e che utilizzano con il solo obiettivo di sconfiggere i nemici. Nessuna  “controindicazione” né tantomeno punizione o ripercussione si scatena sul mondo a causa dell’eccessivo utilizzo della magia. Sembra quasi come se essa infranga le regole dell’universo, come se nulla potesse bilanciarla o controllarla. Madoka Magica rifiuta categoricamente quest’ idea.

L’uso della magia, un potere miracoloso ottenuto in cambio della propria vita, non può essere usato in modo sconsiderato. Anzi, proprio a causa del fatto che tale potere è ottenibile in cambio di un prezzo così caro, dev’essere utilizzato saggiamente. Per ogni seme di speranza seminato nel mondo, ce ne sarà uno di disperazione. Per ogni uso della magia, l’anima si corrompe ed inizia a marcire, a generare malefici. La magia, in Madoka Magica, cede il posto che le permetteva di eludere le norme dell’universo che occupava prima, diventando anch’essa soggetta alla regola del bilancio universale. Madoka Magica affronta a viso aperto i suoi predecessori, sfrontatamente e in modo violento, brusco. Ogni singolo momento o insegnamento dell’opera è volto a criticare il passato del suo stesso genere, con la speranza di aprire finalmente una nuova pagina per i mahō shōjo.

 

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