Liz and the Blue Bird | Oltre i limiti del medium e dell’amore

Attenzione: questo articolo contiene spoiler


Liz and the Bluebird è la storia di due ragazze che si guardano senza però riuscire a raggiungersi; di due ragazze innamorate la cui relazione sta attraversando una crisi silenziosa. Nozomi e Mizore parlano come due compagne di classe, scherzano come due amiche e si guardano come due innamorate. Percorrono persino lo stesso cammino insieme, eppure tra di loro c’è qualcosa fuori posto. Una diacronia normalmente impercettibile che però qui diventa chiara come la luce che illumina la piuma azzurra sollevata da Nozomi. I cuori delle due protagoniste sono uno accanto all’altro, eppure non riescono a connettersi.

L’incomunicabilità è una problematica con cui Naoko Yamada è parecchio familiare. Sin da giovane ha sempre avuto problemi a trasmettere in modo chiaro quel che pensava, e ciò ovviamente ha finito col causarle problemi sul piano professionale. Per questo non dovremmo affatto sorprenderci nel notare la forte sensibilità che ha sviluppato nell’affrontare questa tematica nelle opere che dirige. Quello che invece sorprende del suo approccio a questa condizione esistenziale, e che in fondo è il merito principale di questa pellicola, è la maestria e delicatezza con cui ne traspone i sintomi. Questo è un film che soltanto Yamada poteva portare alla luce — il risultato non ancora definitivo di una crescita professionale avvenuta nel tempo. Sin dalle sue prime avventure come series director, la regista ha dimostrato una particolare tendenza nel riflettere all’interno della storia il punto di vista dei personaggi piuttosto che il suo, e sin da quel momento ha sempre continuato ad evolvere ulteriormente il suo metodo. Per questo legarlo così profondamente alla sua immagine può sembrare ironico, ma paradossalmente è proprio questo tratto a renderlo suo più che di chiunque altro

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Con Koe no Katachi poi Yamada ha avuto modo di mettere le mani su una storia che trattasse l’incomunicabilità come tematica principale, ed infine eccoci qui a vedere Liz and the Bluebird, il miglior riassunto possibile del suo stile nonché la scusa perfetta per portarlo su schermo. Esattamente allo stesso modo in cui lo script di Reiko Yoshida vira lontano dai monologhi per riassumere la storia delle due protagoniste creando, perdonatemi il gioco di parole, una narrazione all’interno della narrazione, Yamada crea un’ulteriore dimensione audiovisiva così intima e delicata che finisce con l’eludere o persino sostituire completamente le parole; che traduce i silenzi e le pause in messaggi più chiari e diretti di qualsiasi spiegazione. Il mondo diventa lo specchio delle emozioni di Nozomi e Mizore perché è attraverso i loro occhi che dobbiamo vedere la storia, non attraverso quelli di Naoko Yamada. Diciamolo chiaramente: se l’animazione si distingue dagli altri medium audiovisivi per la sua capacità di comunicare con più efficacia le emozioni dei personaggi, allora Liz and the Bluebird è l’animazione in tutta la sua magnificenza.

Ma com’è esattamente che Yamada riesce in questo arduo compito? Creando, con tutti i strumenti a sua disposizione, una sincronia che invece alle protagoniste manca. Non tra i sentimenti di Nozomi e Mizore, ovviamente, ma tra la storia e il medium attraverso la quale la racconta. L’utilizzo della luce e dei filtri cromatici; la predisposizione degli elementi scenici; la scelta delle inquadrature; l’echeggiare dei suoni di Kensuke Ushio; i movimenti soavi e aggraziati delle animazioni; tutti elementi che lavorano singolarmente e che collaborano all’unisono per dotare la pellicola di un’indistinguibile personalità. Persino uno dei tratti caratteristici più rappresentativi della regista come il body language non solo si mimetizza perfettamente tra gli altri strumenti che la regista utilizza per incentivare la narrazione, ma si evolve ulteriormente acquistando un’importanza vitale per la storia. In una pellicola in cui i suoni sono uno degli indizi principali sulla distanza che separa le due protagoniste, tanto che sono stati usati come base per poi disegnare gli storyboard, concentrarsi sulle gambe che scandiscono il ritmo della camminata di Mizore e Nozomi per ricercare il loro stato d’animo acquista ancora più senso.

Il singolare character design di Futoshi Nishiya rispecchia il candore della storia e la delicatezza con la quale viene raccontata attraverso delle linee sottili e leggermente meno arrotondate, dei volti più lunghi e degli occhi meno prorompenti, sacrificando l’elemento moe per fare spazio ad un design più maturo. Per questo è facile etichettare quella di Liz and the Bluebird come una storia semplice, però in vero la definirei come essenziale. Delle emozioni così intime e logoranti non possono né devono essere ridotte ad un semplice lamento adolescenziale, bensì vanno contestualizzate all’interno di una sfera emotiva travagliata che ingigantisce anche la più comune delle preoccupazioni. Ed è questo il punto, il racconto di Ayano Takeda non semplifica una situazione complessa per una qualche dubbiosa necessità o intenzione, ma si limita a proporre degli ingredienti con i quali condire la storia. Questo è il traguardo più sbalorditivo della pellicola: quello d’essere riuscita a descrive con garbo le semplici emozioni che Nozomi e Mizore stanno provando in tutta la loro complessità.

“La mia intenzione era quella di rivisitare quel periodo della vita nel quale ogni passo che fai e ogni minuto che passa sono tanto intensi quanto importanti; dove i giorni sembrano interminabili.”

— Naoko Yamada

La pimpante ragazza dal codino penzolante percorre il cammino verso la Kitauji High School con un ritmo che riflette la sua natura positiva e gioiosa. Basta appena uno sguardo all’inizio del film per capirlo: Nozomi è quel tipo di persona capace, con il suo vivace carattere e caloroso sorriso, di migliorare la giornata di chi la circonda. Eppure, non appena quel sorriso si spegne nelle risate delle sue compagne di classe, il suo sguardo volge altrove, assorto in un mondo nel quale solo lei sembra avere accesso. La silenziosa e introversa ragazza dell’Oboe, Mizore, appare invece sempre assente. I suoi occhi, spenti e disinteressati, si illuminano di una luce penetrante soltanto alla vista di quel codino. Il loro è vero amore, di quello che cambia il mondo. Ma per quanto forte possa essere, la verità è che le due ragazze non sanno amare.

A simboleggiare la loro relazione troviamo il racconto di Liz e l’Uccellino Azzurro, la cui storia funge da parallelo di quella delle due protagoniste. La vita di Liz sembra stagnata nel limbo della quotidianità. I magici e sgargianti toni che colorano il suo mondo non riescono a coinvolgerla, e per quanto la donna si mostri sorridente e positiva, la verità è che è in perenne attesa d’esser salvata. Poi, tutto d’un tratto, sulla sua finestra si posa un uccellino azzurro che, tramutandosi in una splendida fanciulla dal colore del cielo, le dona la felicità. Improvvisamente il mondo riacquista la sua bellezza, però muta e prende la forma dell’uccellino azzurro. Nozomi, sempre pronta a solcare i cieli delle altre amicizie in cerca di un nuovo posto da visitare, comprende pian piano il suo ruolo nel cuore di Liz e si sente speciale. Inizia ad affezionarsi a Mizore e decide di preservare il suo ruolo. Per amore l’uccellino rinuncia alla sua libertà; per amore Liz torna ad apprezzare la vita.

E sarebbe tutto magnifico così… se non fosse che nella storia originale Liz lascia andare l’uccellino. Questo gesto viene inizialmente interpretato come drammatico, ed è proprio in questa interpretazione che si cela la loro visione contorta dell’amore. La verità è che la storia che doveva descrivere il loro forte amore in realtà ne espone le debolezze. I ruoli si invertono, e adesso la loro relazione è nociva e limitante. Nell’affidare la sua raison d’être a Nozomi, Mizore diventa schiava dei suoi sentimenti, calpesta le sue ambizioni e limita la sua crescita personale; dichiara apertamente che il mondo non ha nulla da offrirle e che in esso non c’è alcuna gioia da ricercare. Nozomi, invece, trova in Mizore il sorriso più bello da illuminare e inizia a non poterne fare a meno. Arrivare ad annullare se stessi in funzione degli altri e gli altri in funzione di se stessi può sembrare a primo impatto un’atto ammirevole e simbolo del forte legame che le unisce, però la verità è che questa è una forma d’amore nociva e limitante per entrambe.

L’atto di prendere il volo dell’uccellino azzurro non è un finale negativo né tanto meno una brusca separazione, ma l’happy ending che le due protagoniste non riuscivano a cogliere ma al quale sono riuscite ad arrivare. È la dichiarazione d’amore più sincera e grande che si possa fare. Nozomi e Mizore adesso amano se stesse tanto quanto si amano l’una con l’altra. l due colori che le rappresentavano hanno finalmente trovato l’equilibrio di cui avevano bisogno e adesso il loro modo di intendere l’amore è infine compatibile. Finalmente possono unirsi per davvero e percorrere insieme il futuro che le attende con dei ritmi che vanno mano nella mano. Amare non vuol dire limitare né se stessi né chi amiamo, vuol dire costruire un rapporto di scambio reciproco nel quale dare e ricevere.

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